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Ci salverà la storia di tre porcellini?

di dott. Enea Franza, economista

 

Di fronte alla catastrofe delle economie del vecchio continente che si profila ogni giorno con maggior chiarezza, un’idea comincia a circolare nelle menti della gente, prima ancora che in quella dei politici; perché non uscire subito dall’Euro, prima che inutili manovre improntate al principio del “lacrime e sangue”, impoveriscano i nostri Paesi?

 

I dubbi che si affacciano alla mente dei più sono, tuttavia, tanti. Che cosa potrebbe accadere? Bene un caso, storico di riferimento c’è, e forse potrebbe sollevare il morale dei catastrofisti per professione. Il caso, peraltro, è tutto europeo: l'uscita della sterlina non dall'euro (che non allora non c'era), ma dal "serpente monetario europeo", il sistema di cambi fissi precedenti. Quel precedente storico mostra che la sterlina si svalutò entro un mese del 10% sul marco tedesco; e la caduta fu accompagnata dal dimezzamento del tasso d'interesse: dal 12 % al 6 %. Allora, rileggendo tra i vari autorevoli commenti, si scopre che gli esperti predissero che la svalutazione avrebbe seriamente danneggiato l'economia britannica, producendo inflazione ed aumentato costo del debito (per il rincaro degli interessi sui Buoni del Tesoro in sterline). Ciò che accadde, tuttavia, fu esattamente altra cosa. Le esportazioni britanniche crebbero di un 5 % in più rispetto alle importazioni negli anni seguenti. Da qui una speranza.

 

Se i Paesi latini (Grecia, Spagna, Portogallo e Italia) uscissero dall’euro magari tutti assieme, creando ad esempio un Euro Latino in contrapposizione all’Euro della Germania, ovvero, se ad essere espulsa fosse proprio la Germania, probabilmente la crescita a breve, stimolata dall’esportazioni, darebbe respiro per avviare le "riforme" tanto volute dal capitalismo mercantile egemone, ovvero, "flessibilità" del lavoro e varie deregulation per i paesi del Sud dell’Europa.

Bene smettiamo di sognare e torniamo con i piedi a terra e cerchiamo di verificare quello che a boccie ferme potrebbe succedere. A boccie ferme significa ipotizzare che, senza i Paesi latini, l'Euro continuerà a funzionare come prima e che la loro uscita dall'euro non modifichi il regime ed il peso dell'Euro stesso. Ed è questa una supposizione valida, ma fino a un certo punto. Più facile sarebbe sognare che anche la Germania e l’Olanda scelgano la strada di lasciare l’Euro. Ed in tal caso, come vedremo, i vantaggi per paesi come l’Italia aumenterebbero di molto.

 

Ma Torniamo ad essere pessimisti. Prima di tutto, dalla lettura dei Trattati risulta che l’uscita dall’Unione Monetaria potrebbe verificarsi solo per due circostanze:1) uno Stato Membro o un gruppo di Stati decide di abbandonare l’Unione Monetaria; 2) uno Stato Membro o un gruppo di Stati viene espulso dall’area valutaria. Non è prevista una clausola che stabilisca la possibilità da parte di uno Stato di abbandonare o essere espulso dall’Unione Monetaria  Europea.

Il modo corretto è di  negoziare un emendamento del trattato che crei una clausola di uscita. La negoziazione andrebbe, altresì, condotta non solo con i Paesi dall’area Euro ma con tutta l’Unione Europea. Insomma la questione si complica ed i tempi diventano tanto lunghi da divenire incompatibili con la rapidità che la situazione in corso richiede. Infatti, l’intero processo di conversione dell’Euro in valuta nazionale se non concordato comporterebbe una rottura unilaterale del Trattato di Maastricht, del Trattato di Lisbona e del Trattato di Roma e, l’introduzione di controlli al movimento di persone e capitale, renderebbero improbabile che un governo possa lasciare l’Euro e rimanere Stato membro dell’Unione Europea.

 

Ciò posto, è evidente che l’uscita rapida dall’Euro può avvenire con un atto politico, ovvero, al di fuori della negoziazione. Adesso, se un paese decide di abbandonare la valuta comune si troverebbe di fronte a due scelte per quanto riguarda il suo debito pubblico: convertire il debito nella  valuta nazionale; lasciare il debito denominato in Euro. Nel caso in cui decida il governo decida di convertire il proprio debito in valuta nazionale (questione tra l’altro che molti studiosi di diritto ritengono impraticabile e foriera di un enorme contenzioso internazionale), questo potrebbe essere interpretato dagli investitori come un segno di difficoltà nel ripagare i propri debiti. Il verbo potrebbe è naturalmente da intendersi come un eufemismo … In tale situazione, infatti, il tasso d’interesse sui debiti tenderebbe ad aumentare. Atteso che, al momento, lo spread (differenziale tra gli interessi sulle obbligazioni tedesche ed italiane) tra i nostri bond decennali e quelli della Germania è intorno ai 500 punti, ciò vuol dire che in dieci anni il nostro debito vale la metà di quello tedesco. Infatti, pagare il 5% in più su di un debito pari, ad esempio, a 100 significa in definitiva che in 10 anni per ripagare il nostro debito si deve spendere il 50% in più rispetto ad un analogo prestito emesso dalla Germania.

 

 

Nell’ipotesi, invece, che il debito estero fosse lasciato in Euro, e si attivasse una doppia circolazione, i debiti esteri risulterebbero rivalutati, mentre le attività finanziarie e reali delle imprese si svaluterebbero immediatamente per un importo almeno pari al differenziale di spread tra tassi di interesse attuale. Alle tensioni sul debito pubblico si aggiungerebbero quelle del settore corporate, con riferimento alle obbligazioni emesse dalle società. Le aziende avrebbero difficoltà a ripagare i propri debiti in valuta estera a causa del forte deprezzamento del cambio successivo all’uscita del paese dall’Euro (se il cambio si deprezza significa che sono necessarie più unità di valuta nazionale per acquistare una unità di valuta estera).

 

Accanto a tale scenario da incubo (un default sembrerebbe inevitabile) l’incertezza derivante dalla nuova valuta potrebbe innestare una corsa agli sportelli poiché coloro che hanno depositi in Euro ritirerebbero i loro soldi prima dell’avvenuta conversione. E’ palmare la convenienza a conservare la valuta in Euro, piuttosto, di essere obbligati a convertire il giorno seguente con una perdita secca.

 

La misura di uscita dall’euro, pertanto, dovrebbe essere accompagnata da norme di restrizione ai movimenti di capitale e persone imposti dal Governo, viceversa, si genererebbe un deflusso di capitali verso l’estero e collasso del sistema bancario.

 

Bene, vediamo ora i vantaggi. Di certo, l’uscita di un paese debole dall’Euro determinerebbe nel breve periodo un vantaggio competitivo, in termini di svalutazione della propria valuta nazionale, proporzionale alla riduzione di valore della nuova moneta rispetto all’Euro. Tale vantaggio potrebbe essere potenzialmente capace di riequilibrare il gap. Tuttavia, non è da escludere che i Paesi membri dell’Eurozona adotterebbero misure protezionistiche per difendersi commercialmente da questo Paese. Se ci fosse anche l’uscita dall’UE si verificherebbe il danneggiamento, se non l’interruzione, dei rapporti commerciali tra questo Paese e l’Unione.

 

Tralasciamo, per carità di patria, gli squilibri interni e gli eventuali disordini, guerre civili, ecc che sarebbero capaci di prodursi in tale situazione di obbiettiva difficoltà interna e le conseguenze degli attacchi speculativi a cui potrebbero essere condizionati le economie di tali paesi fuori molto più deboli ed isolati.

 

Alcune grandi banche hanno provato a stimare concretamente il costo monetario pro-capite per il primo anno derivante dall’uscita di un Paese debole dall’Euro; per UBS-Unione delle Banche Svizzere e la HSBC-Hongkong & Shanghai Banking Corporation (uno dei più grandi gruppi bancari del mondo), si tratta solo per l’Italia di una cifra compresa tra 9500 e 11500 Euro a persona. Ma per gli anni successivi nessuno si sbilancia a fare previsioni. Allora mi domando a che serve spendere tanto denaro pubblico per gli enti di ricerca e le università se poi non possiamo disporre di tali proiezioni ed occorre affidarsi alle ricerche delle grandi banche o di privati volenterosi? Ma ritornando sui nostri binari lo scenario di un’eventuale uscita dall’Euro presenta comunque si veda un costo non indifferente, come sono un costo gli sforzi che i paesi latini sono tenuti a sopportare per rimanere legati alla nuova valuta.

 

La soluzione al momento è tutta politica. Forse potrebbe aiutare la Germania e gli stati membri più forti a seguire le politiche di espansione di quelli più deboli.

 

Forse i tedeschi in casa loro si sentono un pò come il porcellino che ha costruito la casa di mattoni e considerano la Grecia e l’Italia come i porcellini che hanno fatto case, rispettivamente, con la paglia e con il legno. Ma la storia dei porcellini insegna che non è bastata la casa di mattoni per sconfiggere il lupo che, infatti, ha tentato anche di penetrare da camino.

 

In altre parole, la strada è obbligata e si spera che le resistenze tedesche all’intervento per il rifinanziamento della Grecia sia superate dalla considerazione del costo delle tante banche e dei risparmiatori che anche in Germania hanno sottoscritto i titoli ellenici e come un default non controllato della Grecia, sarebbe capace di innestare reazioni a catena non preventivabili e capaci forse di colpire anche gli interessi Tedeschi.

 

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