ASSOCIAZIONE "RICERCA SENZA FRONTIERE -

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di dott. Enea Franza, economista, 01/12/2013

 

Da molto tempo, sempre con maggiore interesse mediatico, leggiamo sulla stampa della presenza nel bilancio di molte importanti imprese finanziarie di vere e proprie mine nascoste e pronte ad esplodere in coincidenza delle tempeste finanziarie. Si tratta, a quanto è dato sapere, di passività potenziali in grado di scardinare dal di dentro anche la più solida delle imprese. La causa sarebbe la sottoscrizione nel corso dell’attività di contratti derivati. Un esempio è stato oggetto molto di recente di particolare attenzione della stampa economica ed ha sollevato il velo su una realtа sospettata da tanti ma mai palesata dalle banche. Il colosso Erste Bank, un gruppo bancario austriaco quotato sull'indice azionario ATX, che in Austria ha circa 16.400 dipendenti e tre milioni di clienti e che oltre al mercato interno austriaco è presente anche nel Centro Est Europa, pare abbia in essere, fin dal 2008, un cds (credit default swap) del valore di 5,2 miliardi di Euro non riportato nella contabilitа.

 

Il mega-derivato contabilmente era ammortizzato sotto la voce di "garanzia finanziaria" e ci sono voluti gli uomini dello Iasb (l’International Accounting Standards Board, in breve, IASB, organismo responsabile dell’emanazione dei principi contabili internazionali) a ricordare, nel luglio 2011, ai vertici del colosso austriaco che ci’ non era possibile spiegando che: ЂI derivati sul credito non possono essere catalogati come garanzie finanziarie secondo gli Ias 39 o gli Ifrs 9ї.

 

La decisione, quanto meno tardiva a dir la veritа, ha tuttavia avuto il merito di scoperchiare un piccolo vaso di Pandora di cui in realtа Erste Bank è di sicuro solo una delle tante Banche che, a nostro avviso, ha tenuto un comportamento simile. La conseguenza è che con la nuova riclassificazione in bilancio, la banca ha cosм dovuto ammettere di avere perdite in conto economico sul derivato di protezione per ben 180 milioni e di ben 460 milioni a livello di capitale, ovvero, il 9% del valore del maxi-Cds ed il 4,5% del patrimonio del gigante austriaco. E cosм la protezione ha funzionato al contrario.

 

Ma una domanda sorge spontanea, quante sono le banche che si trovano ad affrontare una sottovalutazione delle passività per la presenza di derivati nei loro contratti non contabilizzata? Inoltre, è possibile che altre imprese magari con attività non finanziaria si trovino nei guai per aver sottoscritto uno o più contratti in derivati, cioè un accordi che potenzialmente li espone a pagamenti multipli dell’importo del valore in contratto?

Nel caso di una risposta affermativa, una ulteriore domanda segue diciamo naturalmente alla prima: perché una impresa che non si occupa di finanza, ad esempio, una impresa industriale che produce autovetture dovrebbe sottoscrivere un derivato?

 

Il problema è che, a sentire la stampa economica, sembra che sottoscrivere derivati sia stata negli ultimi anni una moda abbastanza condivisa da tanti imprenditori di ogni settore economico e di ogni nazionalità. La moda derivati pare abbia colpito sicuramente le imprese finanziarie, sempre molto esposte nella valutazione dei propri asset, che molte imprese industriali, in particolare quelle operanti in ambito internazionale, desiderose di coprirsi dalla fluttuazione delle valute e dei tassi d’interesse. E, al loro fascino, pare che in Italia non hanno resistito neanche gli enti pubblici.

 

Che l’impatto non si sia limitato a solo qualche impresa (pur grande che essa possa essere) è sottolineato dall’osservazione di molti acclamati economisti che sono giunti a considerare seriamente l’ipotesi che la crisi dei mercati finanziari vada imputata anche all’uso massivo di tali prodotti ed alla (non) corretta contabilizzazione nei bilanci di tali strumenti finanziari.

Su tale ultimo punto, peraltro, si è acceso un dibattito appassionato tra economisti, aziendalisti ed esperti contabili. Alle affermazioni degli economisti, che imputano la crisi finanziaria degli ultimi anni anche all’uso dei derivati, gli esperti di contabilitа ribattono che la crisi non pu’ in alcun modo essere imputata alla contabilitа, ma che anzi sia mancata, fino ad ora, l’attenzione al problema e la corretta indicazione nei documenti contabili di tali impegni contrattuali.

E su tale aspetto come dargli torto? A ben vedere, infatti, ad essere in difetto non è la contabilitа ma l’uso di regole non adatte a cogliere la novitа e l’importanza che tali hanno via via assunto nell’economia delle imprese. Ma è altrettanto certo che la tardiva esposizione contabile degli effetti sui bilanci dei derivati sia in grado di risolvere il problema dei crack finanziari cui le imprese si trovano loro malgrado ad essere esposte quando ci si accorge di un errore fatto e vi si voglia porre riparo evidenziando correttamente la perdita in bilancio.

Per essere più chiari e, riferendoci al caso concreto di Erste Bank, non è che mettendo in bilancio la perdita (per il momento potenziale, essendo il contratto ancora non scaduto) di 180 milioni di euro la banca si possa sottrae alle conseguenze che ci’ comporta; ovvero, una perdita che incide direttamente sul risultato economico d’esercizio, aggravando le perdite connesse alla crisi che le banche stanno attraversando.

Ma allora come stanno effettivamente le cose? E’ il caso o meno d’indicare in bilancio perdite potenziali o queste devono essere riportate in bilancio solo quando il contratto va a scadenza e la perdita effettivamente si realizza ?

Un vero rompicapo non c’è che dire. Andiamo con calma e tentiamo una rapidissima sintesi, che spiegare l’uso massivo dei derivati da parte delle imprese siano esse bancarie che industriali. Poi con riferimento alle problematiche contabili, per semplicitа limitiamoci ad una ricognizione della disciplina in materia di contabilizzazione dei derivati in Italia, modello che in linea di massima ricalca l’esempio di contabilizzazione in molti paesi europei, Francia e Germania in primo luogo.

Allora rispondiamo alla prima questione: perché si sono sottoscritti tutti questi derivati, anzi come mai è scoppiata la moda del derivato? Com’è a tutti noto perché di comune esperienza i prezzi delle merci, delle valute, delle attività finanziarie e dei tassi d'interesse possono variare considerevolmente in modo più o meno imprevedibile. Questi accadimenti possono ridurre il rendimento atteso di un investimento, fino all'estrema conseguenza di generare una perdita. Gli operatori, quindi, che si trovano a dover fronteggiare il rischio legato al prezzo di un'attività, avvertono come essenziale prendere delle precauzioni per diminuire il grado di incertezza. I derivati possono essere degli utili strumenti per mettersi al riparo da tali rischi. Essi permettono, infatti, di comprare a prezzo noto giа oggi la protezione del rischio dell’apprezzamento o del deprezzamento di un bene sia esso merce, valuta, attività finanziarie e tasso d'interesse. Comprare derivati permette, inoltre, di condurre arbitraggi, ovvero, l’acquisto e vendita della stessa attività su due diversi mercati, con l'obiettivo di conseguire un profitto garantito da discrepanze tra i due prezzi. In tal modo è evidente che viene perseguito uno scopo di lucro, ma il beneficio privato porta ad un innegabile beneficio complessivo.

 

Come si vede nelle due attività sopra citate condurre una attività del genere pu’ essere conforme ad una corretta gestione, cui si auspica si dedichi un amministratore responsabile. Chi pu’, infatti, condannare il comportamento di un amministratore che cerchi, cosi facendo, di rendere efficiente la gestione ?

Tuttavia, esiste un altro comportamento ritenuto non meritevole di approvazione. Gli speculatori scommettono su variazioni dei prezzi delle merci, delle valute, dei tassi d'interesse e di altre attività finanziarie allo scopo di ricavarne un profitto. La tecnica è quella di acquistare ad un prezzo per rivendere ad un prezzo più elevato. Difficilmente si pu’ sapere ora quali saranno i livelli dei prezzi in futuro, per questo motivo la tecnica messa in atto dagli speculatori è rischiosa. In tal caso ci acquista in derivati non si copre da un rischio, ma si espone volontariamente ad un rischio: se le sue previsioni si riveleranno esatte, otterrа un profitto, al contrario subirа una perdita. Gli strumenti derivati offrono agli speculatori un levato grado di leva finanziaria: guadagno e perdita potenziali sono molto grandi.

 

Bene, sperando di aver fatto chiarezza, vediamo adesso come vengono contabilizzati i derivati e le problematiche che essi determinano. Il nostro codice civile non contiene alcuna specifica norma sulla valutazione e sull’iscrizione a bilancio degli strumenti finanziari derivati (salvo richiedere una specifica informativa a bilancio). Della tematica di valutazione dei derivati si tratta, invece, nel D.Lgs. n. 87/1992 e nei relativi provvedimenti applicativi. Altre precisazioni le troviamo nei Principi OIC 19, 22, 26, e nella delibera Consob Dem 1026875 dell’11 aprile 2001, che richiama i lavori della Commissione CNDCR, del febbraio 2005 con il titola: “Le informazioni sul fair value degli strumenti finanziari e sulla gestione dei rischi finanziari”.

 

Come vanno in definitiva contabilizzati i derivati per essere in regola con la normativa vigente ? Il criterio di valutazione dei derivati di copertura segue il criterio di valutazione delle attività e passività coperte, ovvero, se l’elemento coperto è un’attività immobilizzata valutata al costo, il derivato di copertura deve essere valutato al costo (nessuna variazione di fair value a CE); se l’elemento coperto è un’attività iscritta nell’attivo circolante (valutata al minore tra costo e mercato), anche il derivato di copertura deve essere valutato allo stesso modo. Se, infine, il derivato è speculativo, esso va valutato al fair value. Le variazioni negative del fair value (perdite nette maturate sugli strumenti finanziari) sono rilevate in bilancio mediante un apposito fondo rischi.

 

Ecco il punto. Se annualmente occorre valutare tali prodotti, ecco allora il comparire un bel costo in bilancio. Il principio di riferimento è lo IAS 39, oltre allo IAS 32 e all’IFRS 7. L’applicazione di tali principi comportano alcuni problemi: sono sempre in “divenire”, quindi mutevolissimi con problemi di moltiplicare gli effetti della congiuntura economica in bilancio. A giudizio di chi scrive, lo IAS 39 non è in linea con il Framework che ipotizza che gli utilizzatori del bilancio dispongano di una ragionevole conoscenza degli affari, delle attività economiche e della contabilitа e che siano disponibili a studiare l’informazione finanziaria con diligenza. Il principio è molto complesso e deve essere adattato alle diverse fattispecie di derivati, di cui a volte neanche le istituzioni finanziarie ne conoscono l’esatto contenuto e, infine, richiede l’applicazione di procedure molto complesse.

 

Vediamo anche qui di sintetizzare le problematiche connesse ai derivati. In primo luogo risulta evidente da quanto rappresentato che per una corretta contabilizzazione devono essere documentati gli obiettivi di gestione dei rischi e modalitа con cui verrа verificata l’efficacia della copertura. Inoltre, devono essere altamente efficienti, ovvero, le variazioni dei valori correnti si dovrebbero compensare “quasi perfettamente” ed i risultati “effettivi” dovrebbero rientrare in un intervallo compreso tra l’80% e il 125%. E’ per’ raro che le operazioni di copertura siano perfettamente efficaci e, stando cosi le cose ogni sua eventuale inefficacia va rilevata a conto economico nell’esercizio di riferimento.

 

Insomma ritornando al bandolo del problema, rispettare i principi contabili suggeriti dagli esperti di bilancio vuol dire in realtа poter disporre di un sistema di attenta vigilanza sia interna all’impresa stessa che esterna, che eviti, come nel caso della Erste Bank, che solo dopo anni ed anni ci si accorga dell’errore. I soggetti deputati al rispetto delle regole siano essi pubblici che privati devono essere effettivamente in grado di far rispettare le regole, perché il controllo sia effettivo ed il sistema nel suo insieme regga. Ma, concretamente questo, è un obiettivo realizzabile ?

Sulle illusioni non si pu’ costruire un granchè!

 

Cosa suggerire ai seriosi legislatori preoccupati, forse davvero tardi, di porre una regola chiare alle imprese? Bene la complessitа della materia che ho cercato di tratteggiare suggerirebbe un intervento drastico: se la natura umana è sempre votata al lucro ed alla frode allora non è meglio rinunciare ai possibili benefici derivanti dai derivati e vietare per ogni impresa (che di mestiere non faccia lo speculatore) l’accesso ai derivati ?

 

Una soluzione davvero draconiana, ma che tuttavia ha il pregio di riportare ogni soggetto economico a fare solo e soltanto il proprio mestiere e ricondurre la finanza al ruolo di ancella dell’economia. Un dubbio: cosi facendo non abbiamo buttato il bambino assieme all’acqua sporca o si eviteranno di aggiungere ulteriori guai a quelli che i cicli economici giа portano nel corrente svolgimento degli affari ?

 

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